L’illusoria divisione tra vita e lavoro

Quante volte ti è capitato di sentire parlare dell’importanza di un “giusto balance” tra vita e lavoro? Quante volte hai sentito dire “quando sei a lavoro le questioni personali rimangono a casa”? A me è capitato spesso, e più proseguo il mio percorso di crescita personale, più ritengo che visioni del genere siano nocive per la persona.

Facciamo dieci passi indietro: il contesto sociale e lavorativo post-pandemico ha accelerato un cambiamento strutturale del mondo, che tuttavia era già in atto. Da un punto di vista di consapevolezza, l’esperienza collettiva vissuta ha risvegliato le coscienze, spingendo molte e molti di noi a domandarsi “cosa conta davvero nella vita?”

La vita e il lavoro o la vita è il lavoro?

Dopo la pandemia, abbiamo assistito a un esponenziale aumento di dimissioni volontarie dal posto di lavoro (i numeri parlano chiaro) e cambi di rotta, persone che si sono risvegliate dall’ipnosi collettiva nella quale sono cresciute, per cui la felicità era definita da quanto diligentemente si seguisse il copione del studia-lavora almeno 8 h al giorno – metti su famiglia – muori.

A porre in essere scelte di vita differenti, “prima”, serviva molto coraggio. Quel coraggio sepolto è come se fosse riaffiorato in tanti cuori sparsi, portando molti di noi a riconoscere che la vita è una, è sacra e il tempo a nostra disposizione è limitato e sacro: è dunque nostra precisa responsabilità in quanto esseri umani, trarne il meglio per essere felici (ovviamente senza ledere nessuno).

il tempo di vita

Il tempo è quanto di più prezioso abbiamo a nostra disposizione. Eppure, per come abbiamo impostato la società, circa il 90% del nostro tempo lo impieghiamo lavorando, spesso e volentieri in contesti tossici all’interno dei quali non desideriamo stare, che non ci appagano e ci frustrano, per poterci portare a casa un corrispettivo economico (spesso di gran lunga inferiore rispetto al valore reale del nostro tempo) che ci serve per sopravvivere, in attesa di quelle due settimane di ferie l’anno in cui finalmente sarà possibile rilassarsi. Tutto questo per contribuire ad aumentare il profitto di realtà aziendali che si arricchiscono attraverso il nostro tempo e la nostra persona a cui spesso non è riconosciuto giusto valore. Intanto il tempo fugge e ci si sveglia anziani con un sacco di rimpianti. (E’ un tema ricorrente, di cui ho parlato anche qui.)

esiste un confine tra vita e lavoro?

Arrivo al nocciolo della questione: l’assurdità di tirare una linea netta tra “vita” e “lavoro”, come se due distinte esistenze proseguissero parallele sullo stesso binario. Il lavoro, nella realtà dei fatti, è la nostra vita: qualsiasi lavoro svolgiamo. Tendenzialmente, maggior parte del nostro tempo di vita lo spendiamo lavorando. E’ proprio questo che definisce la nostra vita, definendo l’impiego del nostro tempo di vita. La riflessione che sollevo, è la seguente: più che puntare l’attenzione su come risolvere il problema del “giusto balance vita-lavoro” sarebbe ragionevole focalizzarsi sulla qualità del lavoro, che di fatto rappresenta la maggior parte del nostro tempo. Come mi sento sul lavoro: sono valorizzat* a livello economico e professionale? La mia dignità di persona è tutelata? Sono felice di quello che faccio? E soprattutto: se le risposte a queste domande non mi soddisfano, che strumenti ho a mia disposizione per poter mettere a terra dei cambiamenti che mi consentano di impiegare la maggior parte del mio tempo quotidiano in un contesto che mi arricchisce e valorizza?

Non generalizziamo:

Sarebbe arrogante cercare di generalizzare questo tema così ampio e delicato: ogni persona ha la propria storia, le proprie necessità e situazioni. Eppure, un comun denominatore esiste: se un contesto lavorativo che riteniamo ingiusto (nel senso più ampio del termine) ci arreca profondo disagio, avvilisce o ferice, è nostra precisa responsabilità agire per cambiare direzione verso luoghi e realtà dove spendere il nostro tempo (ovvero: la nostra risorsa più preziosa) nella maniera migliore. Non è semplice, non è immediato: ma è un percorso che va necessariamente intrapreso poiché gli unici artefici della nostra felicità, siamo esclusivamente noi stessi.